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Cosa collezioniamo?


di Stefano Bidetti

Il collezionismo dei fumetti è cambiato. Sicuramente, inevitabilmente, ha vissuto varie stagioni, legate anche al succedersi delle generazioni che – ahimè – sono destinate a sostituirsi per inevitabili effetti collaterali connessi al trascorrere del tempo. Questo fa sì che di conseguenza cambino i gusti, le ricerche, le disponibilità dei vari albi a fumetti, quindi anche i valori in campo.
Però poi ad apportare modifiche alle atmosfere, agli usi e ai costumi che animano il mondo del collezionismo a fumetti, delle compravendite e delle fiere a esse dedicate, subentrano altri fattori, che incidono in tempi più rapidi e in maniera più approfondita, magari senza che ce se ne renda effettivamente conto.
Uno di questi fattori è indubbiamente costituito dalle recenti crisi economiche, che sembrano non solo non esaurirsi mai, ma oltretutto innestarsi l’una nell’altra in un susseguirsi di lamentazioni che contraddistinguono tutti i soggetti, compratori, venditori e anche semplici appassionati, che sovente finiscono per attribuire a tale causa le sorti negative dell’intero universo. Di fatto, i minori soldi in giro comunque agiscono nello scoraggiare qualche slancio compulsivo e magari alla lunga fanno anche sì che ci siano maggiori disponibilità di collezioni sul mercato, quindi teoricamente una maggiore offerta, riducendone (almeno così dovrebbe essere) i valori di mercato e i prezzi.
Un altro fattore che negli ultimi anni è intervenuto a gamba tesa in tantissimi settori, e quindi anche quello del mercato collezionistico di fumetto, è di certo costituito dall’espandersi del ricorso agli acquisti su ebay e, soprattutto, all’evolversi di tale modalità di compravendita, che è diventata tutt’altro rispetto agli inizi. Ebay rappresenta sicuramente una grande innovazione perché, accompagnata da un maggiore avvicinamento delle masse all’utilizzo del computer e della rete, ha consentito a tante persone, soprattutto a chi vive in sperdute regioni dell’impero, di accedere alle informazioni su tipologie, prezzi e disponibilità. Naturalmente il tutto è terribilmente drogato dal business che presiede a qualunque operazione, anche perché ormai chi opera su questa piattaforma (alla quale nel frattempo se ne sono affiancate tante altre) non è quasi più il privato che mette in vendita pezzi della propria collezione o qualche doppione che gli è rimasto, bensì veri e propri negozi (lasciamo stare quali siano poi gli aspetti fiscali dei rapporti che si determinano), oppure privati che lentamente hanno fatto di questa attività una vera e propria professione; sicuramente togliendo a essa qualunque tipo di spontaneità, di ingenuità, e in molti casi anche di reciproca convenienza che presumibilmente ebay aveva in origine. Di fatto, ormai, anche su ebay si ritrovano grandi operatori ben noti, mentre la possibilità che la condivisione delle informazioni costituisca una sorta di regolatore delle compravendite è messa in discussione dalla furbizia tipicamente italica di chi pensa che un prezzo visto su ebay – attenzione! non necessariamente un prezzo di effettivo realizzo di una vendita - rappresenti un punto di riferimento affidabile.
Altro elemento che negli ultimi anni ha un po’ preso piede anche nel mondo del collezionismo di fumetto è costituito dalle aste. Da qualche anno ormai si assiste allo svolgersi di queste vendite all’incanto di libri illustrati, albi di figurine, fumetti, gadget di vario tipo fino alle tavole originali. Per le aste, sia per lo svolgimento in sala, sia per la partecipazione al telefono o con offerte presentate online, vale un po’ lo stesso discorso che riguarda ebay. Troppo spesso chi pensa di poter tirare acqua al proprio mulino ritiene di poter considerare qualche base d’asta, di oggetti non venduti, oppure qualche prezzo di vendita, lievitato per l’occasionale follia di due competitivi miliardari che si sono voluti sfidare fino alla morte, come un prezzo di riferimento per il futuro, una valutazione che faccia precedente al di sotto della quale ormai non si potrà più scendere; così si fanno lievitare – magari in modo artificiale - quotazioni di cose che valgono molto meno, oppure di autori (in materia di originali) che non sono assolutamente degni di quelle cifre; per non dire poi chi potrebbe esserci stato dietro a quella misteriosa e incontrollabile lievitazione…
Infine, più in generale, a influenzare i comportamenti dei collezionisti agiscono in modo sempre più prepotente Internet e i social, di cui sembra che le nostre singole vite non possano più fare a meno. La divulgazione, spesso distorta o voyeuristica, di informazioni a casaccio, tipica di questi strumenti, soprattutto se rivolta a soggetti poco preparati a riceverla, determina conseguenze imprevedibili, a volte dannose, su cospicue quantità di persone. Anche lì, il dietrologo a tutti i costi potrebbe voler vedere chissà quale strategia da parte di qualcuno, che tira i fili di queste voci messe in giro. Più semplicemente c’è da ritenere che la disinformazione è figlia di se stessa, della voglia delle persone di farsi vedere, di millantare, di stupire a tutti i costi. Pertanto, le vecchie dicerie su pescatori e cacciatori che ingigantivano le dimensioni e le quantità delle proprie prede si possono tranquillamente trasferire anche nel mondo del collezionismo, di ogni tipo.
Una conseguenza - tra le tante – che si può constatare è il cambiamento dell’approccio alla propria ricerca collezionistica da parte dei singoli. Una volta il collezionismo era il piacere di completare le proprie collezioni reperendo i pezzi mancanti. Nessuno avrebbe voluto acquistare carta straccia, naturalmente, ma comunque la possibilità di trovare il pezzo mancante e di riempire il buco nella propria libreria prevaleva sulla possibilità di acquistare un pezzo nuovo. E quel buco riempito dava felicità, consentiva di mettersi la coscienza a posto, anche laddove si era stati costretti magari a spendere qualcosina di più rispetto al previsto.
Oggi invece non è più così. Oggi sembra non sia importante rinvenire il pezzo mancante, ma trovarlo nuovo, “da edicola”, o meglio ancora “da magazzino”, stile “mattonella”. Ecco allora che sono improvvisamente comparse sul mercato, sugli stand o nei depositi dei vari venditori, infinite quantità di pezzi “da edicola” e “da magazzino” in una dimensione assolutamente al di sopra degli stessi quantitativi realmente venduti a suo tempo di quei fumetti. Al tempo stesso, i collezionisti non aprono più i fumetti che comprano, anche quelli presi nuovi in edicola! Se proprio devono leggerli, o ne comprano due copie, una da lettura e una per il mausoleo, oppure sfruttano la copia dell’amico perché la propria deve rimanere intonsa. Così li vedi nelle edicole a soppesare tutte le copie del fumetto, a valutarne tutti i possibili difetti, manco si trattasse di un Van Gogh, magari decidendo di girare tre o quattro edicole prima di individuare il pezzo rispondente ai propri requisiti. Naturalmente la scena si moltiplica in modo esponenziale quando si tratta di decidere di acquistare un pezzo di antiquariato in una fiera di fumetto.
Ne consegue che tutti quei fumetti che fino a una quindicina di anni fa tutti noi abbiamo comprato appunto per completare le nostre collezioni, magari spendendo anche qualche migliaio di lire (ebbene sì, sono esistite anche le lire!), oggi non valgono più niente. O ce li teniamo così, oppure il loro destino è quello di essere acquistati per pochi euro da qualche scaltro commerciante che poi, attivando le proprie inimmaginabili capacità di restauro (cioè per lo più impecettando in modo vergognoso i fumetti da vendere), li ripropongono come rinvenuti intatti perché rimasti nascosti in chissà quale cantina che loro hanno scoperto nei propri giri.
La domanda sorge inevitabile: parlando nella maggior parte dei casi di fumetti di 30, 40 o 50 anni fa, e considerando quanta parte delle produzioni di allora sia andata distrutta, scarabocchiata, strappata, bagnata, bruciata, inumidita, macchiata o altro nel corso degli anni, quanti fumetti realmente originali di quelle pubblicazioni sono nelle case dei collezionisti? E quanti invece hanno delle toppe clamorose? Per non parlare dell’irrefrenabile desiderio di acquistare pezzi “blisterati”, cioè ancora chiusi nel nylon della loro confezione originale, che naturalmente non verranno mai aperti (pena il precipitare del loro valore di mercato), anche se magari dentro non c’è assolutamente quello che si pensa debba esserci. E quanti invece di quei fumetti, vituperati perché considerati impresentabili da questa rinnovata puzza sotto il naso, hanno piuttosto il carattere dell’originalità, magari anche solo perché acquistati dagli stessi collezionisti a suo tempo come nuovi? In effetti, gran parte dei collezionisti di quei pezzi ha gli anni giusti per averli acquistati personalmente. E se i loro fumetti dovessero essere riusciti a resistere nel tempo alle furie devastatrici di madri, sorelle maggiori e mogli, perché mai, nel cuore dei singoli possessori, dovrebbero valere di meno? Cos’è che unisce l’appassionato alle proprie collezioni? Alla fin fine, un pezzo troppo nuovo, troppo “da magazzino”, non finisce per non appartenerci neanche un po’? In sostanza, cosa finiamo per collezionare? Pezzi reali o la loro idea virtuale?


postato il 15/12/2017 alle ore 10:09

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