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Messaggi e racconti

di Stefano Bidetti

Sempre più negli ultimi tempi ci stiamo abituando ad andare al sodo delle questioni, a saltare i preamboli, e magari anche i preliminari… I social da una parte spingono le persone a esprimersi, a mettersi in gioco, a comparire all’attenzione degli altri; dall’altra però vivono di sintesi, di velocità, di informazioni concentrate in modo da riuscire magari ad arrivare anche in profondità, soprattutto perché devono essere velocemente sostitute dalle altre, che incalzano. Miliardi di informazioni singole, a volte scollegate tra loro, che in qualche modo abbiamo autorizzato a bombardarci a ritmo quotidiano, contando soprattutto sul fatto che poi altrettanto rapidamente di come sono arrivate se ne vanno, liberando la lavagna (anzi, la bacheca) per altri stimoli. In sostanza, ciò che deve transitare velocemente dal soggetto che lo costruisce a colui che lo riceve è un messaggio, per cui interesse dell’autore è che lo stesso in qualche modo sia effettivamente trasmesso, auspicando che magari venga anche recepito (o più spesso subìto).
In tale contesto non c’è spazio per arricchire di altro le informazioni trasmesse, per renderle più leggibili, più armoniose, in sostanza, per raccontarle. Il racconto diventa qualcosa di diverso, che in qualche modo forse appartiene un poco al passato, dedicandosi anche a tutti quegli aspetti di contorno, che da un lato appesantiscono, dall’altro però stimolano la fantasia.
Anche il fumetto in qualche modo ha ospitato nel tempo entrambi i metodi. La preferenza per il messaggio, che magari transita preferibilmente per la capacità espressiva dell’illustrazione, è coincisa presumibilmente con il momento in cui la tecnica cinematografica ha fatto sempre più capolino tra le pagine a fumetti. Di conseguenza hanno cominciato a ridursi, e spesso a sparire del tutto, le didascalie che spiegavano cosa stava accadendo, mentre invece erano le immagini ad acquistare maggiore spazio e quindi a incorporare il dovere di esplicitare i contenuti. Basti ripensare ai fumetti a quattro o cinque strisce a pagina, con anche 15-20 vignette per tavola, peraltro piene zeppe di dialoghi e appunto di didascalie, in cui i disegni erano più un’illustrazione, a volte anche un po’ statica, che descriveva la situazione, mentre il racconto era affidato alle parole, dei protagonisti o della voce narrante. La ragione stava ovviamente, almeno per quanto attiene al nostro Paese, anche nella necessità di risparmiare carta, in periodi in cui questa era un materiale difficilmente reperibile in grandi quantità, e quindi costoso; pertanto era indispensabile cercare di dire e rappresentare quante più cose possibile in una singola tavola.
In qualche modo si potrebbe forse dire che l’onere del racconto nelle fasi successive è quindi più frequentemente stato affidato al disegno (naturalmente ispirato dallo sceneggiatore di turno), che in qualche modo deve riuscire a contenere in sé anche l’emotività del personaggio, o i suoi dubbi, i suoi rallentamenti o le sue improvvise accelerazioni, i suoi pensieri o le sue passioni, di cui non c’è più una didascalia, o magari un lungo dialogo, a dare conto.
Probabilmente uno dei migliori esempi di questa impostazione lo si può individuare nel Ken Parker di Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo - così come poi in altri personaggi e storie da loro realizzati - in cui, grazie alla maestrìa dei due autori, una sorta di tecnica cinematografica, comprensiva di carrellate e paesaggi, atmosfere ed espressiviità, venne applicata con continuità alle vignette disegnate, saltando le didascalie, i dialoghi e anche le onomatopee, laddove la semplice immagine diventava veicolo anche di tali informazioni.
Il fumetto in fondo è perfettamente in grado di raccontarsi da solo…


postato il 15/9/2018 alle ore 16:17

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