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Darkwood Novels n. 3 - Recensione

di Stefano Bidetti

Ed eccoci arrivati alla terza puntata di queste Darkwood Novels, dal titolo La banda dei Métis. Lo schema che dà lo spunto al racconto si ripete, nelle prime quattro pagine si assiste nuovamente all’arrivo nella casa di Philadelphia (di cui nuovamente non può non notarsi nuovamente il civico 52!) del giornalista Roger Hodgson che, superato anche stavolta il severo “filtro” della domestica Louise, si accinge ad ascoltare un nuovo racconto del misterioso narratore. Ogni volta il buon Burattini aggiunge un qualche elemento per svelare, in una sorta di “vedo/non vedo”, l’identità del personaggio. Stavolta compare un originale della scure dello Spirito, che il proprietario di casa narra essergli stata donata da Zagor stesso. L’unica scure donata che ci viene in mente è quella lasciata a Dragonero… Possibile mai?
Zagor, stavolta in compagnia di Cico, giunge in un villaggio dove tutti gli abitanti stanno celebrando i funerali delle vittime di un’incursione di una banda di ladri e assassini che da anni funesta la regione. Lo Spirito con la Scure viene però anche riconosciuto da una donna che aveva aiutato anni prima, che lo prega di intervenire a tutela del villaggio, ma soprattutto per ricercare la figlia Lisbeth, rapita dalla stessa banda nove anni prima. Le considerazioni da parte degli altri cittadini che nessun altro potrebbe aiutarli, a fronte di un probabile ritorno dei criminali (una banda di meticci che sconfina in Canada), convincono lo Spirito con la Scure ad intervenire; liberatosi della presenza di Cico, che evidentemente in queste vicende è proprio di troppo, l’eroe si lancia in cerca di Lothar (questo il nome del capo) e la sua banda.
La ben nota capacità di Zagor nel seguire le tracce lo porta a una locanda, dove si imbatte in una prima parte del problema. Uno dei banditi infatti, ferito in una rissa con un altro dei banditi, è stato ospitato dall’oste connivente, in attesa di guarigione. Poche mosse, e qualche cazzotto, sono sufficienti a smascherare la situazione e a ottenere dall’oste le informazioni necessarie a proseguire la caccia. Nel frattempo, il capo si reca presso un’altra fattoria di contadini complici per punire colui che aveva ferito il compagno (che nel frattempo è passato a miglior vita per essersi messo sulla strada di Zagor); la punizione prevede semplicemente un omicidio a mani (anzi piedi) nude, anche per dare una lezione al resto della banda. Ma intanto Zagor, ottenute le giuste informazioni, arriva sul posto e inizia a mettere fuori gioco uno per volta i suoi avversari, ferendo lo stesso Lothar. La famiglia proprietaria della fattoria interviene, rallentando la sua azione, mentre il “cattivone” ne approfitta per fuggire.
Così il nostro eroe è costretto nuovamente ad inseguire, per giungere al covo della banda, dove trova però soltanto una donna indiana, Wazeka, che gli confida di essere in sua attesa da tempo. È lei la Lisbeth rapita anni prima, trattata più o meno come una schiava. Ma il vero colpo di scena è che lei, in attesa del suo salvatore, si è “portata avanti” uccidendo a sorpresa Lothar e i suoi tre uomini ancora rimasti! Naturalmente segue il rientro al villaggio, l’abbraccio tra madre e figlia e la conclusione del racconto, con un’altra informazione: Cico è ancora in compagnia di Zagor!
In questo episodio l’avventura coinvolge direttamente il nostro eroe, che effettivamente è parte attiva nell’azione, anche se poi alla fine le castagne dal fuoco gli vengono tolte da un soggetto imprevedibile. La componente “sentimento”, che dovrebbe caratterizzare questa serie, stavolta è soprattutto nella figura di Lisbeth, forse in fondo poco sfruttata; ma d’altronde il numero limitato di pagine non consente troppi sofismi. Lo Spirito con la Scure, invece, stavolta mena botte da orbi a tutto spiano e con tutte le armi a sua disposizione. Forse, unico particolare un po’ forzato è la sua veloce capacità nell’acquisire tutte le informazioni che gli servono, addirittura la disposizione delle stanze.
Buona la prova del disegnatore Max Bertolini, qui alla sua seconda esperienza zagoriana, anche se forse il suo digitale calca un po’ troppo sui neri (a partire dai contorni delle vignette). In ogni caso, il dinamismo del suo Zagor (ogni tanto un po’ sovrasviluppato negli avambracci e leggermente troppo di plastica in alcuni passaggi) è assolutamente coinvolgente.
DISEGNI - Voto 7 -
La storia ha uno sviluppo abbastanza classico, con l’eroe che, appreso il misfatto, si mette senza indugio a caccia dei cattivi, peraltro con di mezzo anche una donzella da salvare.
È evidente che in queste vicende Burattini preferisce lo Zagor che si muove in autonomia, facendo affidamento in modo totale sulle sue intuizioni, sulle sue capacità investigative e infine sulla sua prontezza di intervento, che più che mai sorprende i suoi avversari. Forse c’è un pizzico di “texaggine” nel suo comportamento, ma resta Zagor. La spiegazione di quanto è successo da parte della ragazza nelle pagine finali è decisamente troppo concentrata, non lasciando sufficiente spazio al lettore di assaporare la crudezza di quanto accaduto nove anni prima, in quei lunghi nove anni e poi, soprattutto, negli ultimi minuti.
La contrapposizione tra buoni e cattivi è netta, falsata forse soltanto dagli ambigui soggetti che, per paura o per interesse, fungono da complici dei Métis, pur non facendo parte della banda. Ma l’ambiguità forse sta proprio nello schema complessivo e nella presenza degli stessi Métis: né bianchi né indiani, a cavallo tra Stati Uniti e Canada, affiliati alle due culture, ma in realtà creatori di una propria legge, criminale, che li pone al di fuori del mondo reale. Anche la finale giustizia, di cui si fa interprete Lisbeth, segue in realtà una strada aberrante, con un’esecuzione sommaria e brutale proprio da parte di colei che dovrebbe essere l’indifesa, la “donzella da salvare”. In ogni caso, anche in ragione della brevità del racconto, la distinzione tra bene e male appare netta.
TESTI - Voto 6,5
Circa infine il mistero che più di tutti sta intrigando i lettori di questa miniserie, cioè l’identità del personaggio che, nella penombra della sua stanza, ci intrattiene coi suoi racconti, gli elementi di informazione aggiunti in questo incontro non sembrano in realtà offrire tanti nuovi spunti di riflessione. A parte la comparsa della scure, unica cosa che si nota in modo evidente è che lo scudo indiano appeso al muro porta la testa di volpe, forse un rimando alla tribù dei Fox. In un paio di vignette (a pag. 8 e soprattutto nella pagina finale) si vede in modo più netto il suo profilo, anche se in realtà i due disegni sembrano abbastanza diversi; addirittura in pagina finale il profilo potrebbe sembrare quasi quello di una persona sfigurata dal fuoco, il che potrebbe anche spiegare la debolezza dei suoi occhi. Resta il fatto che il suo essere un cittadino di una città grande come Philadelphia sembra classificarlo come un personaggio abbastanza distante dalla vita e dalle storie della foresta di Darkwood. Vedremo se le nuove storie ci offriranno qualche elemento ulteriore per avanzare ipotesi più calzanti (o per aumentare le esclusioni…).
VOTO COMPLESSIVO - Voto 7 -


postato il 12/8/2020 alle ore 18:56

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