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Il West: racconto o mito?

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Il West: racconto o mito?

di Stefano Bidetti

Il West - come già detto - fa parte dell’immaginario di moltissimi appartenenti alla Vecchia Europa, in particolare di coloro che a letteratura, cinema e fumetti sono in misura più o meno forte appassionati da tempo. Di certo, l’avanzata verso Ovest, con tutto ciò che ha significato sia in termini di crescita di un paese ancora giovane e inesperto, sia in termini di simbologia trasferibile anche su tanti altri fronti, è entrata un po’ nella fantasia e nella cultura di tanti. In qualche modo, si può dire che appartenga anche a ciascuno di noi, che pure non l’abbiamo mai vissuta, né ne abbiamo in qualche modo interpretato le conseguenze storiche, vivendo a migliaia di chilometri e a numerosi anni di distanza. Di certo, ciò che è ne è derivata è la voglia di narrarlo.
Ma per farlo sostanzialmente si sono scelte, da parte delle varie arti, due modalità diverse. C’è chi, più o meno strumentalmente, ha scelto di alimentare in tutti i modi il mito, anche spesso falsandone i dati reali, e chi invece, soprattutto in un secondo momento, ha tentato di darne una rappresentazione più realistica, sia pur nella difficoltà di ricostruire tante verità, o presunte tali, scegliendo quindi il racconto. Di fatto, l’amplificazione e/o stravolgimento dei fatti, o la loro incertezza, o quanto meno la loro non verificabilità, hanno facilitato la costruzione di tante leggende su personaggi più o meno realmente esistiti, di cui però le vere gesta, e spesso addirittura i loro reali destini, galleggiano in una sorta di nebulosa dei “si dice”, “si racconta”, “sembra che”. D’altronde, è ben noto come molti degli stessi protagonisti, per vanità, per ambizione o per puro interesse speculativo, abbiano in prima persona contribuito a gettare fumo negli occhi ai contemporanei e, ancor di più, ai posteri.
Nell’ambito della cinematografia sono ormai classicamente noti gli esempi di quelle pellicole che, inquadrate come film di rilettura critica dell’epopea western, soprattutto in merito ai rapporti coi nativi e ai genocidi che furono commessi e negati per decenni, a partire dagli anni ’70 hanno ripristinato appunto almeno in parte una visione più realistica di come andarono le cose. Parliamo naturalmente di Un uomo chiamato cavallo, Il piccolo grande uomo, Soldato blu, Corvo Rosso non avrai il mio scalpo e così via. Questi si contrapponevano a quelle pellicole, anche grandiose e girate da splendidi registi (una tra tutti, La conquista del West del 1962, diretto da John Ford, Henry Hathaway, George Marshall e Richard Thorpe), che comunque si incanalavano in quello che l’America aveva voluto continuare a vedere e a credere per tantissimo tempo.
Come ha molto bene messo in evidenza Graziano Frediani nel suo lungo articolo “Sotto immensi, irraggiungibili cieli” comparso nella monografia dedicata alla Storia del West (Sergio Bonelli Editore, 2017), nel mondo del fumetto potremmo in particolare citare due esempi di serie che, più che mitizzarlo, hanno tentato di raccontare il West per quello che effettivamente poteva essere stato: appunto la meravigliosa saga Storia del West, creata da Gino D’Antonio, e Ken Parker, di Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo. Nelle pagine di queste bellissime storie gli autori si erano preoccupati piuttosto di cercare il racconto reale di quello che era accaduto, dei personaggi che avevano attraversato quel periodo, dei veri rapporti che si erano venuti a creare tra le comunità giunte improvvisamente, e per tanti versi tragicamente, a contatto in quei decenni.
Tralasciando tutto il fumetto più recente, inevitabilmente condizionato e annacquato nelle sue evoluzioni rispetto ai primordi dai numerosi commenti fatti nel merito (pensiamo ad esempio a Tex), tutto il resto di quanto è stato prodotto ha fatto parte del mito. Lo stesso Rino Albertarelli, a ragione ritenuto uno dei maestri grafici del western in Italia e meraviglioso autore dei volumi de I protagonisti (dedicati appunto ad alcuni dei principali attori che si trovarono ad agire sulla Frontiera durante il XIX secolo), si era a sua volta espresso a difesa del valore del Mito, della necessità di dividere in modo estremamente netto i buoni dai cattivi. Tra i tanti esempi che si potrebbero fare mi piace citare soprattutto Pecos Bill, una serie che, al di là dei grandi autori che vi hanno lavorato (da Martina a Roy D’Ami, da Paparella allo stesso D’Antonio, da Battaglia a Canale), di certo aveva fatto dell’enfasi intorno alla caratterizzazione del personaggio uno degli elementi di forza. Pecos Bill, “il leggendario eroe del Texas”, era in grado di usare un serpente a sonagli come lazo, con cui magari imprigionare un tornado, era l’unico uomo capace di cavalcare il proprio cavallo senza morire, si nutriva di dinamite, ogni tanto cavalcava un puma e alla fine vola sul proprio cavallo in cielo tra le nuvole.
Ecco allora come tramandare l’epopea del West ha vissuto a cavallo tra mito e racconto. Anche tante dicerie che hanno circondato personaggi realmente esistiti, come la vera morte di Wild Bill Hickock, o la sorte di Butch Cassidy, o il reale assassino del generale Custer, hanno avuto ragioni sociali, politiche, a volte di meschino interesse dei soggetti coinvolti. Ma in concreto, oltre all’inestinguibile voglia di verità che contraddistingue l’essere umano, in fondo ne abbiamo avuto anche bisogno, perché non c’è niente di più concreto, di più tangibile, di più affidabile del Mito in cui potersi tuffare leggendo un libro, guardando un film o sfogliando una storia a fumetti!


postato il 13/5/2018 alle ore 22:51

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