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Darkwood Novels n. 5 – Recensione

di Stefano Bidetti

La penultima tappa della miniserie Darkwood Novels presenta indubbiamente un gran numero di novità, o comunque di spunti interessanti, e nell’approfondimento di questa nuova visione che del personaggio Moreno Burattini ha cercato di inquadrare si propone come un tassello di un certo rilievo.
La trama è abbastanza sintetizzabile: Zagor e Cico si imbattono in un ragazzo moribondo, pestato a sangue da qualcuno. Riescono a capire che proviene dall’Harbour Ranch, ma quando Zagor vi si reca in cerca di soccorso e cure mediche scopre che in realtà chi voleva morto quel giovane era proprio il proprietario del ranch, coadiuvato dai suoi sgherri, che vengono incaricati anche di far fuori questi nuovi testimoni. La colpa del giovane è quella di essere in amicizia un po’ troppo stretta col figlio del padrone. Inutile dire che Zagor interviene, fa fuori tutti i cattivi e ripristina la serenità.
Al di là dei semplici fatti, però, Burattini affronta con un certo coraggio, ma anche con una notevole delicatezza, un tema indubbiamente complesso, sia per la testata, sia soprattutto per il mondo del West americano. I due ragazzi, inevitabilmente inquadrati dal padre-padrone come due degenerati, hanno manifestato la loro reciproca simpatia, che ovviamente, dato il contesto da uomini duri in cui si trovano, va molto al di là del sopportabile da parte del padre e dei mandriani che lavorano per lui. Così, il prepotente dà ai suoi ordine di pestare il ragazzo a morte e di lasciarlo “a morire come un cane in qualche burrone”. Gli uomini eseguono, ma non alla perfezione, gli ordini ricevuti. Il ragazzo non solo non muore nel burrone dove è stato gettato, ma riesce ad allontanarsi di lì facendosi trasportare dalle acque del fiume, per “spiaggiarsi” su una roccia in mezzo a una cascata; da quella roccia Zagor, con mosse atletiche, lo recupera. Il giovane, di nome Jake, non riesce a pronunciare che poche parole, il che fa sì che Zagor non colga la situazione e che speri di trovare aiuto nel ranch di provenienza del ragazzo. Al ranch però altre due figure assumono un ruolo importante: le donne della famiglia, cioè la madre di Cliff (questo il nome del figlio “degenere”) e la sorella gemella, che naturalmente si schierano a sua difesa. Cliff nel frattempo è stato picchiato ben bene e poi rinchiuso in uno scantinato per punizione.
Il titolo che ho voluto dare a questa recensione si riferisce proprio alle volgari accuse del padre alle due donne di aver fatto di suo figlio “una femminuccia”, facendogli leggere poesie e – addirittura! – facendogli suonare il piano. Il padre si rivela un intransigente a tutto tondo, incapace di concepire un percorso di vita diverso dal suo, dalla dura gestione del ranch e di uomini da comandare a bacchetta; pronto a picchiare ed eliminare qualunque cosa e chiunque voglia tentare di mettere in discussione il suo ruolo, la sua visione del mondo e lo stile di vita che egli concepisce come quello cui il figlio è destinato. Non si spiega invece bene il motivo per cui non chiede sin dall’inizio ai suoi di uccidere Jake, magari di ucciderlo in modo brutale; di fatto è questa una scelta, anche un po’ incoerente col personaggio, che compromette del tutto le sue intenzioni e che poi lo porta alla fine. Addirittura invece, di fronte alla situazione che si è venuta a creare, non esita all’idea di far fuori anche la moglie (dopo averla precedentemente picchiata, come anche la figlia). La madre però da questo punto di vista è veramente “colpevole”, per aver messo Zagor sull’avviso e aver consentito il ribaltamento della situazione. Lo Spirito con la Scure si libera dei quattro uomini mandati a scortarlo dal ferito da soccorrere così come poi dei due rimasti al ranch, prima di affrontare mister Harbour. Si comprende la necessaria sinteticità del racconto, che non consente fronzoli, però indubbiamente queste storie ci stanno presentando uno Zagor “ammazzasette” abbastanza anomalo rispetto all’eroe cui siamo abituati. In queste azioni a stordire e mettere fuori combattimento l’avversario non ci pensa proprio! Tutti coloro che si trova davanti vengono fatti fuori, senza perdere tempo. Probabilmente togliere di mezzo tutti i cattivi era per lo sceneggiatore l’unico modo per garantire una totale efficacia al “…e vissero tutti felici e contenti” finale, però accettare dall’eroe di Darkwood un comportamento così cinico è un po’ dura!
Il ritratto che invece viene dato dei due ragazzi e del loro rapporto è connotato di una grande sensibilità. Non si arriva neanche alle scene esplicite alla Brokeback Mountain, per capirci, e a partire dalla copertina la loro vicenda si configura come un qualcosa di idilliaco e gratificante, fatto di amore vero e di spontaneità. Il contesto del West però, fatto solo di veri uomini e di “zitta tu donna”, difficilmente poteva concepire la coesistenza con una situazione di quel tipo. Il tema dell’omosessualità tra i duri uomini di frontiera era stato affrontato, altrettanto magistralmente, da Berardi in Ken Parker, nella storia Diritto e rovescio, in cui si giocava molto sul continuo ribaltamento di ruoli e situazioni; in questo la figura di un giovane attore dai gusti sessuali “particolari” diveniva ovviamente bersaglio di diversi attacchi. Occorre dire che Moreno ha mostrato una grande attenzione a gestire l’argomento con la dovuta raffinatezza, ma anche col giusto distacco, concentrandosi sulla necessità di raccontare i fatti. A mio avviso scelta encomiabile. Va notato che non fa assumere a Zagor una posizione specifica rispetto all’argomento. Il nostro si concentra su una prepotenza e una situazione di pericolo, che poteva coinvolgere chiunque. Non parlerei in questo caso di coinvolgimento della sua propensione a combattere le discriminazioni, perché lui sarebbe intervenuto sempre e comunque, non è che lo fa perché le vittime hanno particolari caratteristiche. Come sempre, d’altronde. Qui non è Zagor che si schiera, semmai il suo autore. Se la storia si fosse sviluppata in modo più esteso, forse ci sarebbe stata occasione - anzi temo necessità - di un qualche pronunciamento sull’argomento da parte dello Spirito con la Scure, ma sinceramente non credo sarebbe stato il caso. In gioco è comunque una prepotenza, uno scontro tra violenti da una parte e persone che vogliono vivere tranquillamente la propria vita, e basta. Forse lascia un po’ perplessi la velocità con cui Zagor si allontana alla fine, ma in realtà sarebbe stato difficile non tanto spiegare ad altri la ragione della “virile rabbia” del padrone del ranch, quanto piuttosto la stessa esistenza di una sorta di conflitto familiare. Zagor lascia a chi resta il dolore, ma anche la libertà di decidere come gestire la cosa, fornendogli una versione raccontabile. Un po’ di spiegone finale non manca, per noi poveri lettori che non capiamo nulla, ma la cosa regge.
Testi – Voto 8

Alle matite stavolta invece un ospite d’eccezione, sicuramente molto distante come impostazione e come tratto dal classico che contraddistingue Zagor: Franco Saudelli, autore di Porfiri e La Bionda, che uscivano su Orient Express, e poi di qualcosa su Dylan Dog. Proprio del personaggio di Porfiri ha i forse tratti uno dei cowboy che Zagor affronta presso il ranch, quello che finisce ucciso dalla propria pistola. Lo stile di Saudelli è indubbiamente molto personale, assolutamente diverso dagli stilemi canonici che i lettori più ortodossi vogliono vedere su Zagor, ma devo dire che è riuscito a rendere assolutamente bene sia il dinamismo dello Spirito con la Scure (forse soltanto un po’ troppo grezzo negli angoli dei primi piani) che le espressioni nei volti di tutti i protagonisti. Probabilmente ogni tanto qualche dettaglio punta al grottesco (i cavalli o il volto della ragazza), ma di certo è assicurata l’espressività delle situazioni. Di sicuro non lo si potrebbe definire un autore adatto alla serie, ma in un contesto extra come questo è assolutamente gradito. Molto più di altri, volendo!
Disegni – Voto 6,5

Veniamo poi al tema che sembra incuriosire tanto i lettori, cioè l’identità della narratrice, dato che ormai è svelato l’arcano sia sul sesso che sull’età. Se vogliamo, il titolo di questa recensione potrebbe fare anche riferimento a lei. È una ragazza giovane, dalle fattezze somatiche di un’indiana. Vive insieme a un gatto di nome Felipe (chissà se nell’intimo lo chiama anche con gli altri nomi, o magari solo Cico?). Potrebbe avere una ventina d’anni, qualcosa di più. Al di là delle facili supposizioni legate anche al prossimo episodio, di sicuro non è un personaggio che ha frequentato Zagor all’epoca delle sue avventure, e appare abbastanza difficile possa aver ricevuto racconti di così intima natura da parte dello stesso, o di altra persona a lui vicina. Peraltro, risulta difficile accostare qualcuno che possa sapere così tanto di Zagor a questa giovane donna. Sinceramente la scelta del narratore da parte di Moreno appare alquanto sorprendente. A meno che non si immagini una situazione in cui Zagor, anziano, si sia messo vicino al caminetto con questa bimbetta e le abbia raccontato le sue memorie: compresi anche gli amplessi e le violenze? E allora, da chi avrebbe saputo tutti questi dettagli? Bah, aspettiamo la chiusura del cerchio, ma devo dire che la cosa al momento mi lascia alquanto perplesso, forse deluso. E in ogni caso, se la ragazza fosse Fiore della Notte, come molti sembrano ritenere, sarebbe mai plausibile che la madre sia voluta rimanere accanto al padre, cioè colui che l’aveva messa incinta violentandola? Oppure si tratterebbe di un padre adottivo?
Infine una considerazione sull’impostazione complessiva di questa testata, che ormai sta volgendo al termine. Non riesco a vederci più di tanto un’indagine sull’intimo di Zagor, così come si era fatto pensare all’inizio, quanto piuttosto di altri personaggi. Semmai sarebbe da indagare l’atteggiamento del Nostro di fronte a certe situazioni, ma non è il contesto di storie di 60 pagine quello che permette tale tipo di approfondimento. Ricapitolando, abbiamo avuto:
- uno Zagor anaffettivo e tombeur de femme nella prima storia, che poi si commuove alla morte della donna con cui ha semplicemente fatto del sesso;
- uno Zagor che si commuove per l’uccisione di un puledro (e spero anche dell’indiano) e assiste alla vendetta quasi umana di una cavalla;
- uno Zagor che assiste alla spaventosa rivalsa di una donna vessata per anni, portando a termine il suo compitino di giustiziere;
- uno Zagor che si accompagna a una spietata assassina e criminale, con cui c’è del tenero;
- uno Zagor che uccide 7 persone in poche pagine per risolvere una situazione di prepotenza e sopruso.
Probabilmente nel prossimo episodio ci confronteremo con il tema della maternità (o peggio ancora della paternità?).
Quanto tutto ciò indaga sul mondo intimo e interiore dello Spirito con la Scure?

Un paio di notazioni a parte vorrei invece dedicarle ai testi degli editoriali a inizio e fine albo. Nella rubrica “Alla ricerca di Zagor” Burattini sente il bisogno di raccontarci il ri-racconto di Zagor racconta…, cioè della miniserie Le origini. Pubblicità (poco) occulta per un altro prodotto della SBE? Era proprio necessario? Ne “Il taccuino di Roger Hodgson” invece compare la seguente frase: “Tengo a precisare che il giovane Wilding non scelse di presentarsi come un semidio perché riteneva ignoranti e creduloni i pellerossa”; segue una specificazione dell’affermazione. Non è la prima volta che Burattini sente il bisogno di “ritrattare” su come questa impostazione sia stata gestita nel fumetto da lui e dai suoi precursori. Tanto è vero che le apparizioni dello Spirito con la Scure al Gran Consiglio di Primavera o ad altri consessi in cui vi sono degli indiani, alcune delle quali memorabili e spettacolari, sono completamente spariti dalle sue storie. Ha forse ricevuto delle esplicite minacce dall’Associazione Sentiero Rosso o dalla Hunkapi? È stato legato al palo della tortura da qualche tribù nascosta in Garfagnana? Ritiene veramente offensivo per i nativi questo modo di rappresentare la situazione? Ha presente quanti europei “civilizzati” si sarebbero fatti impressionare anche nella colta Mitteleuropa da quel tipo di situazioni? Per quanto riguarda i nativi, parliamo di uomini sicuramente dotati di grande cultura e tradizione, ma che per secoli avevano vissuto ben lontani dai metalli lavorati in lamiere, dalla polvere da sparo, dalla possibilità di controllare fenomeni di elettromagnetismo e da tutte le diavolerie che il mondo cosiddetto civilizzato aveva escogitato. Ricordiamo che gli indios del Sudamerica si fecero annientare anche e soprattutto perché in vita loro non avevano mai visto un cavallo, che scambiarono per un inviato dagli dei; che i popoli della Polinesia, così come gli stessi indios, sono stati annientati dall’influenza o da malattie che in Europa erano semplici malanni stagionali. Non si tratta di essere ignoranti o creduloni, ma forse soltanto ingenui , un po’ superstiziosi e con una grande sensibilità verso il divino! C’è proprio bisogno di portare il politically correct fino a queste aberrazioni interpretative? In un fumetto?
Voto complessivo 7


postato il 3/10/2020 alle ore 18:45

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